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La comunicazione sociale firmata Ethnos

Documentari, attenzione per il sociale, desiderio di conoscere e raccontare: queste le parole per descrivere Ethnos, la società di produzione televisiva di Elisa Mereghetti e Marco Mensa, parte di Bostick già da qualche mese, freschi vincitori dell’ultimo riconoscimento a una lunga carriera di impegno professionale e sociale.

La giuria tutta al femminile del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani ha infatti conferito, in occasione dell’ultima edizione del festival Sguardi Altrove, un premio speciale a “Kevin, will my people find peace?” tra le più recenti opere del duo documentarista. Con questo lavoro, Ethnos ha dato un’ulteriore prova di giornalismo acuto e sensibile, grazie anche alla storia della protagonista Kevin Doris Ejon, coraggiosa reporter ugandese che in questa pellicola si interroga sulla possibilità di una riconciliazione civile dopo il ventennio di guerra e ingiustizie che ha dilaniato il nord Uganda.

Il raggiungimento di questo importante traguardo è l’occasione giusta per confrontarci insieme ad Elisa sul ruolo della comunicazione a confronto con tematiche sociali importanti.


Da dove viene questa “vocazione” per le regioni del sud del mondo?
Io ho cominciato a viaggiare da molto giovane; da allora, non mi sono mai fermata nello scoprire il mondo. C’era sicuramente a monte un’attenzione verso il sociale, verso le tematiche politiche, che negli anni si è sviluppata in un’attenzione alle culture del sud, e alle donne in particolare. In Brasile ho fatto il mio primo documentario, nel 1987. L’altra grande scoperta è stata l’Africa, un paese a cui sono arrivata grazie alla mia maestra, un’antropologa americana che mi portò con sé per documentare i rituali di iniziazione delle ragazze. Credo insomma di aver sempre avuto questa sensibilità e curiosità nei confronti del mondo.


Come nasce un progetto o come trovate ispirazione? Come avete conosciuto la storia di Kevin?

Ogni lavoro ha la sua storia. Alcuni sono stati commissionati, alcuni sono stati prodotti per la Rai su suggerimento nostro o loro. Nel caso di Kevin, è stata nostra l’idea di andare a cercare una figura femminile di giornalista che avesse delle caratteristiche diverse dai soliti stereotipi sulle donne africane. Abbiamo cercato delle idee su internet, finché a un certo punto Marco Mensa ha trovato questo nome attraverso il sito del Festival del Giornalismo di Perugia, a cui Kevin aveva partecipato. L’abbiamo quindi contattata, e appena è tornata nuovamente in Italia ci siamo incontrati.

 

Il tema della riconciliazione dopo la guerra è nato insieme?
Chiaramente, lavorando in questo ambito, ci si ritrova spesso a confrontarsi con temi del genere. Quello della pace e della riconciliazione è un argomento importantissimo che avevamo già studiato, ma in questo caso è stata Kevin a suggerircelo. Durante il nostro primo incontro, abbiamo parlato tanto del suo lavoro, della sua storia, e piano piano questo tema è diventato centrale. Quando siamo andati in Uganda, c’è stato un maggior approfondimento, e nel nostro viaggio dalla capitale fino al nord abbiamo ulteriormente sviluppato il progetto.

 

Il vostro lavoro è intriso di questa forte responsabilità sociale. è questo uno degli obiettivi che sentite di poter condividere con Bostick?
Bostick lo abbiamo conosciuto casualmente, attraverso un contatto comune. Abbiamo partecipato a un evento pubblico l’anno scorso, dopodiché abbiamo deciso di entrare nel gruppo, con l’intento sia di condividere lo spazio di coworking, sia di elaborare alcuni progetti comuni, che in questi ultimi mesi stiamo portando a termine. Ci sono tanti punti di contatto tra la nostra azienda e le altre realtà presenti in Bostick, primi tra tutti ovviamente Moville, ma anche Urca TV, chi si occupa del web… le possibilità di collaborazione sono davvero tante. A dirla tutta, la mia azienda ha sempre lavorato in maniera indipendente, ma negli ultimi anni abbiamo invece investito molto sulle collaborazioni, sulle sinergie, anche con altre aziende in altri progetti… e in Bostick abbiamo trovato degli interlocutori molto interessanti.

 

Qual è uno dei progetti a cui avete collaborato insieme?
Tra i tanti, “In opera, Insieme”, il progetto per sostenere la riqualifica del Centro di Lavoro Protetto di Opimm. Si tratta di un progetto di comunicazione sociale, che è uno dei nostri settori di attività più sviluppati. Nel nostro ultimo documentario, Lavoro Ad Arte, girato nella zona industriale di Pianoro (BO), il concetto era molto simile: far dialogare il mondo del lavoro con l’arte, portando gli artisti in fabbrica. Il progetto “In Opera, Insieme” unisce l’arte, la musica, il teatro, al mondo dell’impresa, e per questo lo abbiamo sposato subito con entusiasmo. Ci stiamo lavorando con delle idee, con dei contatti, estendendo la rete.

 

Le parole di Elisa sono inequivocabili. Fare comunicazione, oggi, non può prescindere dal lavorare attraverso una rete di contatti, dialogando con le persone, creando network, facendo veramente coworking. Altrimenti “il rischio, in questo momento storico, è che si arrivi a perdere il contatto tra le persone. Facendo passare tutto attraverso lo schermo del computer, il dialogo e la presenza fisica stanno ormai passando in secondo piano. Ma sono anche convinta che, in futuro, questa che può sembrare una tendenza un po’ retro, il parlare fra le persone, l’incontrarsi, diventerà in realtà un qualcosa di molto innovativo” (Elisa Mereghetti).

 



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